Punto Arte Benandante

2022

Le serie fotografiche di Simona Arnone sono come un paesaggio in divenire, quando ti avvicini non sai mai se esso possa contenerti oppure essere contenuto tra le tue mani. Forse è tutta qui, la bellezza distopica di un paesaggio fotografato che si presenta a noi, in cui alle volte ci si sente ospite di un momento (più che di un luogo), o artefici del

suo confine.

 

Le geometrie di alcuni luoghi alle volte ci portano o invitano a rimodulare il nostro sguardo, cercando nello stesso paesaggio qualcosa che per noi stessi ha una dimensione di affettività, sicurezza e possibilità. Un’operazione nata probabilmente nella notte dei tempi, quando (fantasticando) un “Qualcuno” ha scelto un anfratto per ripararsi dalle stelle, oppure quando ha coperto una buca per farne un giaciglio o, con più immaginazione, ha eretto le prime quattro mura per delimitare uno spazio domestico.

 

Questi luoghi non nascono mai senza un’azione, sono composti da una moltitudine di segni e soggetti, che esercitano su di noi una serie di esperienze ed emozioni su cui facciamo leva per accertare, più o meno, se in quel posto - in quel dato momento - siamo habitue, oppure ospiti inattesi.

Inconsapevolmente credo si possa definirlo un dialogo; nulla di nuovo quindi nel comprendere o accettare che ciò che sta fuori di noi possiede una sorta di idioma a cui noi facciamo fede senza per forza averlo mai studiato, parlato, letto.

 

Simona Arnone credo abbia questa strana attitudine, nel riuscire ad innestare un proprio dialogo con un paesaggio su cui riesce ad investire una parte delle sue esperienze, attraverso un gesto così semplice, quello della fotografia, che interpreto come una sorta di conversazione.

In questo dialogo, rimaneggiando gli scatti così posati, Simona vorrebbe trasportarci all’interno di essi, come se un grande telo potesse diventare abito in cui ripararci, dune sabbiose su cui inerpicarci, fronde di foglie in cui celarci. Quanto sono vasti questi luoghi forse non è dato saperlo.

Ma a noi cosa importa, se alla fine ogni luogo ci sembra meno estraneo a noi stessi?

 

C’è chi questi luoghi li attraversa camminando, c’è chi cerca la tensione delle linee prospettiche, altri invece materialmente se ne appropriano. Probabilmente molti li hanno visti e schivati centinaia di volte, senza mai osservarli

con dedizione.

 

Simona questi luoghi li estrae, un po’ come habitué un po’ come ospite inattesa, forse perché trova in quella porzione di inquadratura qualcosa che riflette una sua condizione empatica di: io come te, vorrei essere al riparo, io come te, vorrei essere riparatore.

Non c’è nulla di più complicato nel trovare questi sincronismi all’interno del sovraeccitato linguaggio delle immagini; sceglierli non è così scontato come imbattersi nel compiaciuto o inciampare nella gratuità estetica.

Osservare-inquadrare-scattare, ognuno di noi lo fa quotidianamente, c’è da chiedersi chi riesce onestamente a stabilirne un contatto.

 

L’augurio che potrei dare a Simona è quello di sentirsi custode dei paesaggi a cui sceglie di avvicinarsi, che la costringano anche a districarsi all’imbrunire delle più belle sere e all’albeggiare dei più tiepidi mattini, che continui a meravigliarsi di ciò che più conserva come una vivida inquadratura fatta a mille miglia di distanza, e di trovare là, dove nessuno osa andare, ciò che le è più aderente. Il paesaggio migliore sarà quello che ci restituirà dopo averlo fatto suo.

Simona Arnone

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