Studio

di psicologia

clinica

2022

La ricerca del benessere attraverso l’utilizzo dell’immagine e del suo potenziale.

Con questa accezione abbiamo scelto di ospitare la mostra fotografica Sospesi, risultato della collaborazione tra il nostro Studio di psicologia clinica e la fotografa Simona Arnone.

L’idea è nata quasi per caso e si è trasformata piano piano in un affascinante progetto: raccontare percorsi di vita, esplorare temi intensi, valorizzare talenti, attivare riflessioni e piacevoli momenti di condivisione, integrando diversi contributi, dal mondo della psicologia, della fotografia, delle arti, della scienza, della cultura...

Le neuroscienze dimostrano che quando contempliamo qualcosa di bello si attiva l’area cerebrale del piacere.

Le immagini fotografiche possono suscitare emozioni talmente intense da attutire il dolore sordo dello spirito. È il potere curativo della bellezza.

È un’esperienza nuova che ci auguriamo possa essere l’inizio di un percorso che incontri le più anime, artisti, pazienti, psicoterapeuti, persone... utile a creare piccoli spazi di salute mentale e creatività.

 

Studio di psicologia clinica

…

 

 

Registrare la realtà mi annoia,

nei dettagli immagino altro

 

Simona Arnone

 

 

 

Tra i diversi segni di punteggiatura, virgole e trattini, i puntini di sospensione sono quelli che mi affascinano di più. Perché la loro duplice natura, di apertura verso l’ignoto - il non scritto -, e di spazio del possibile, porta automaticamente il pensiero di chi legge in un tempo e uno spazio altri.

Graficamente questi puntini, non due, non quattro, ma sempre tre, indicano un preciso luogo nella frase, quello della momentanea interruzione del discorso e quindi del pensiero. Dalla pausa di un ragionamento all’arresto di una descrizione, sono indice di una duplice sosta nell’incedere dei pensieri e nella scrittura dell’autore.

Questi minimi segni collocati tra le parole di una frase, improvvisamente, bloccano lo scorrere dello sguardo di chi legge, l’occhio si arresta e fa un balzo in avanti alla parola dopo, l’immaginazione subisce una scossa, il ritmo della lettura rallenta, la narrazione è in pausa, per un attimo si rimane sospesi…

 

Gli scatti di Simona Arnone hanno la forza intrinseca di sortire lo stesso effetto. Ogni singola immagine espande sé stessa e lo sguardo di chi la osserva oltre i limiti del supporto ma, allo stesso tempo, riporta lo sguardo al centro per far osservare i dettagli, i particolari microscopici concentrati in essa. Le immagini sono infinitamente espanse e compresse allo stesso tempo. E, in questo loro apparente oscillare, provocano un movimento nell’occhio dell’osservatore, un’apparente, impercettibile fisica sospensione.

Da una parte, come in un abbraccio, il corpo di chi guarda è invitato ad entrare e perdersi nell’immagine osservata, dall’altra invece è la fotografia stessa che spinge il corpo ad arretrare nello spazio, per prendere le distanze e contemplare da lontano.

I soggetti di queste fotografie abitano un limite, spaziale e architettonico, facendo supporre ci sia qualcosa oltre, al di là di ciò che vediamo. Dietro lo spiraglio di una tenda semiaperta da cui filtra la luce del mattino, oltre i muri dei palazzi, sotto un piumone sgualcito che lascia intendere la presenza di qualcuno.

È quel nascondimento di cui parla John Berger: “ciò che [l’immagine fotografica] mostra evoca quel che non è mostrato”.

Ancora, è ciò che immaginiamo ci sia al di sotto dei grandi teli, protagonisti di molti scatti, ma di cui non ci è dato sapere. Superfici la cui forma morbida li fa sembrare dei paesaggi visti dall’alto che, con cura, proteggono ciò che sta sotto e allo stesso tempo celano alla vista l’oggetto nascosto. Di diverse fatture e colori ci rimandano agli interventi di impachettamento dei coniugi Christo e Jeanne-Claude: i loro grandi teli, aderenti come la pelle alle superfici di paesaggi, acque, oggetti, architetture, alberi… nascondono del tutto ciò che sta sotto di loro lasciando però intravedere le sagome di ciò che è nascosto.

Sagome e profili che, in questi scatti, sono del tutto assenti.

Non è un caso che Simona Arnone sia affascinata da queste operazioni artistiche perchè, come dice, “questi enormi teli nascondono e regalano allo spettatore la possibilità di guardare con occhi diversi. Si può immaginare ciò che non si vede”.

E in effetti, a guardare alcune delle fotografie qui esposte, viene naturale chiedersi che cosa ci sia oltre a ciò che vediamo, cos’è il rimosso, quali persone abitano questi spazi, quali i luoghi che ci fanno osservare.

In realtà, non è importante saperlo ed è in questa incognita che risiede la loro bellezza. Queste fotografie sono istantanee di luoghi precisi, attraversati e abitati in un tempo vissuto e personale, ma la loro eterea impalpabile temporalità ed astrazione li porta ad essere indefinibili e imprecisati. Il loro mostrarsi come dettagli e porzioni ristrette di paesaggi o panorami li rende impossibili da collocare su una mappa geografica e, nell’impossibilità di stabilirne le coordinate, diventano per noi tanto distanti quanto vicini e familiari. Questo interrogare le distanze proietta loro in un altrove e noi in tempi e luoghi sospesi…

 

Non è un caso che gli spazi in cui queste fotografie sono esposte siano luoghi di passaggio o di sosta: un corridoio e due sale d’aspetto. Per antonomasia i luoghi dell’attesa, dove il tempo per un istante si congela e lo scorrere quotidiano degli eventi si arresta. In questo Studio le fotografie di Simona Arnone sono disseminate tra tre diversi ambienti, in equilibrio e dialogo con gli oggetti che già abitano lo spazio. La loro delicata ed evidente raffinatezza - il loro mostrarsi dirompenti e silenziosi insieme - mi auguro possa essere di nutrimento allo spirito e allo sguardo di chi si trova qui, in quella sospensione fugace che li fa attendere per un istante.

 

 

Michela Lupieri

 

Simona Arnone

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